Intervista a Massimo Rosso – Direttore ICT di RAI

Lug 20, 2017
 

di Alessandro Croci, Senior Analyst di NetConsulting cube

 

 

 

Come cambia ed evolve il supporto richiesto ai fornitori ICT, all’interno di realtà sempre più orientate alla Digital Enterprise?

 

L’evoluzione delle aziende verso la cosiddetta “Digital Company” ha posto il tema della revisione dei processi di business aziendali, che ha trovato riscontro in un mercato sempre più globalizzato, orientato all’adozione di piattaforme di mercato, quindi si abbandonano gradualmente i concetti derivati dallo “sviluppo custom”.
La relazione con i grandi player tecnologici, in modo diretto o intermediato da partner specialistici, ha permesso la condivisione di logiche globali e la messa a fattor comune delle esperienze riscontrate su un mercato ampio e aperto.
Diventa quindi strategico per l’ICT avere un rapporto costante con fornitori in grado di dare la propria visione sulle soluzioni globalmente disponibili, con un focus sulla immediata o comunque rapida disponibilità della soluzione specifica. Il fattore tempo è infatti “stressato” dalla digitalizzazione, dove una soluzione è da porre rapidamente in atto con requisiti che possono altrettanto rapidamente cambiare o evolvere. Il focus diventa dunque equilibrare l’individuazione di soluzioni rapide e flessibili, da poter rendere disponibili al business, e garantire all’azienda un investimento durevole nel tempo, dove occorre invece perseguire una strategia di lungo termine.

 

I team Interfunzionali sono un elemento chiave e di successo per la Governance del cambiamento verso la Digital Enterprise?

 

Tante, troppe volte abbiamo ascoltato o ci siamo trovati a dire: “l’ICT deve imparare il linguaggio del business”. Il problema era la comprensione reciproca, ma, alla fine, volevamo ri-ottenere un riconoscimento che all’IT mancava dall’epoca dei camici bianchi e dei grandi elaboratori.
Oggi la consumerizzazione, il Cloud, la digitalizzazione dei processi e dei prodotti fanno sembrare il concetto distante un’era geologica; non si tratta più di parlare la medesima lingua, preferibilmente quella dell’utente, ma di lavorare a stretto contatto per applicare la tecnologia e i vantaggi del digitale alla ricerca di nuovi prodotti, servizi e vantaggio competitivo.
La partnership tra ICT e LoB, impiegando modalità agili, provando e riprovando e, se del caso, abbandonando percorsi che si sono rivelati non promettenti a vantaggio di altri, appare l’unica strada percorribile.
L’approccio è radicalmente diverso dai consolidati approcci strutturati fatti di requisiti, analisi, progettazione, messa in opera; le opportunità nascono nel momento stesso in cui si incontrano due mondi differenti (il merito e lo strumento). L’interfunzionalità è la chiave per il cambiamento in logica full digital della nuova Digital Company.

 

Quale ruolo dare a nuovi interlocutori esterni (es. filosofi, sociologi ecc.) per gestire un cambiamento business e relazionale e non solo tecnologico?

 

Credo che la percezione di CAOS manifestata da vari CIO non sia dovuta unicamente dalla trasformazione tecnologica in corso ma derivi anche dagli impatti sociali in atto. Temo che il “soluzionismo” tecnologico non sia la giusta strada per mitigare l’entropia percepita.
I nuovi paradigmi proposti da Mobile, Cloud, Big Data, Social necessitano di una nuova educazione civica per formare noi tutti come Persone Digitali: cittadini, lavoratori, consumatori digitali.
Oramai siamo immersi nell’ipercomplessità e quindi siamo di fronte ad un complesso processo di trasformazione antropologica, al cambiamento di paradigmi, modelli, codici, oltre che alla inevitabile sintesi di nuovi valori e criteri di giudizio. Dobbiamo quindi ripensare, in maniera radicale, istruzione, educazione e formazione, ammettendo la sostanziale inadeguatezza di Scuola e Università.
La velocità del digitale incide sia sul fattore umano sia sul sistema delle relazioni sociali. Sembra una straordinaria opportunità, ma mette anche in evidenza i nostri limiti e le nostre inefficienze, sia a livello personale che organizzativo e sociale.
Non abbiamo più tempo per la riflessione e l’analisi critica e rischiamo di focalizzarci sulla dimensione tecnologica, sottovalutando l’impatto sulle persone, il sistema di relazioni, il contesto educativo e culturale che, viceversa, necessiterebbe di forti contaminazioni e nuove letture di senso che oggi filosofi, sociologi e antropologi possono contribuire a fornire.

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