Il contributo del Don Gnocchi all’Innovazione in Sanità

Nov 22, 2017
 

Intervista a Furio Gramatica, Head of Technology Innovation and Health Technology Assessment, Fondazione Don Gnocchi

 

Anche l’edizione 2017 di Life Tech Forum ha annoverato fra i suoi relatori Furio Gramatica, Head of Technology Innovation and Health Technology Assessment della Fondazione Don Carlo Gnocchi, che già l’anno scorso era stata una delle eccellenze dell’evento.

 

Parliamo di innovazione nella cura e nei percorsi terapeutici: qual è il contributo della Fondazione Don Gnocchi in questo ambito? Ci racconta quali sono i progetti che state portando avanti?

La Fondazione don Gnocchi ha avviato alcuni progetti di innovazione per rispondere alle esigenze di pazienti da riabilitare. Ve ne illustro tre: la riabilitazione robotica, la riabilitazione con realtà virtuale per bambini e la teleriabilitazione.

Il denominatore comune dei tre progetti è l’impostazione degli stessi perché rispondano allo stesso tempo ai criteri di efficacia clinica e di sostenibilità economica, il che ha reso necessari trial multicentrici, studi avanzati di health technology assessment e complesse simulazioni sull’ottimizzazione dell’utilizzo delle soluzioni tecnologiche e della logistica a esse correlata.

Il progetto di riabilitazione robotica ci ha portato all’introduzione di uno stesso set di quattro robot riabilitativi dotati di realtà virtuale e task neuromotori, in otto centri della Fondazione don Gnocchi; lo stesso set ovunque ci ha permesso di effettuare uno studio multicentrico caso-controllo che ha coinvolto alcune centinaia di pazienti post-ictus e 100 operatori di Fondazione, che ha portato a risultati di evidenza della superiorità della riabilitazione robotica in termini di efficacia clinica. I dati provenienti da tutti i robot sono raccolti da un sistema informatico e inviati nel cloud aziendale, al fine di contribuire a una banca dati riabilitativa, che sarà preziosa per la predittività dell’efficacia dei trattamenti in funzione dello stato patologico. Inoltre abbiamo sperimentato la fattibilità del trattamento di tre-quattro pazienti (a seconda della gravità e dell’esperienza acquisita nell’utilizzo dei robot) da parte di un singolo terapista, la cui azione resta ugualmente efficace – come provato dallo studio multicentrico – ma i cui costi sono ripartiti. Al fine di ottimizzare l’utilizzo delle “isole robotiche” e l’accesso alle stesse, è stato creato un programma di simulazione logistica che tiene anche conto delle casualità sulla base di misure effettuate, in grado di ottimizzare la turnistica e i parametri di efficienza a partire dalle esigenze specifiche dell’ambiente o dello staff di operatori.

Il progetto di teleriabilitazione ha visto una preparazione molto accurata di una soluzione/servizio di riabilitazione domiciliare in telepresenza audio-video del terapista. La soluzione è basata su tecnologie esistenti e che possiedono opportuna marcatura: Kinect, PC Windows, cloud, un software di esercizi riabilitativi neuromotori e una piattaforma di comunicazione audio-video tra il paziente e il terapista che permette anche di raccogliere dati provenienti da eventuali sensori aggiuntivi (es: un pulsossimetro). I pazienti hanno mostrato un alto gradimento e la soluzione sarà sperimentata su una sessantina di pazienti domiciliari sul territorio lombardo, in collaborazione con enti di governo clinico del territorio. Nel frattempo, è in corso la perimetrazione della soluzione al fine di effettuare un adeguato technology transfer verso un partner commerciale.

Nel campo della neuropsichiatria infantile, è stato realizzato il CareLab: uno spazio opportunamente mascherato da stanza di gioco, dotato di realtà virtuale tramite Kinect e altri sensori, che offre al bambino e al terapista la possibilità di fruire degli esercizi pensati e programmati per i bimbi in funzione delle loro patologie. Nell’effettuare gli esercizi, percepiti come giochi, il bambino è altamente motivato e il software è in grado di aumentare tale motivazione adattandosi alla sua prestazione e, allo stesso tempo, misurandone i progressi. Il sistema è in via di marchiatura CE medicale e abbiamo iniziato a progettare la versione da portare a casa, dove la cameretta sarà il CareLab personale del bambino, ma i dati provenienti dalle attività di gioco personale saranno ugualmente raccolti per misurarne le evoluzioni.

 

Qual è secondo lei il fattore abilitante più decisivo per un’evoluzione – che sia davvero innovativa – dei servizi alla Persona in Italia? Ritiene che il nostro sistema sanitario sia pronto ad abbracciare questa trasformazione, allineandosi con le best practice internazionali?

Per rispondere alla sfida, che è ormai diffusa a livello globale, della cronicità o al tentativo di rallentarla attraverso la riabilitazione, è necessario vedere il paziente – spesso anziano – in un’ottica di presa in carico. Questo significa utilizzare ogni mezzo per raggiungerlo nel suo stato di bisogno a tutto tondo e accompagnarlo lungo un cammino spesso lungo e faticoso per lui e costoso per il sistema sanitario. La tecnologia è in grado di contribuire a entrambi gli aspetti: quello dell’efficacia clinica – in quanto intrinsecamente capace di misurare variabili legate allo stato della persona – e quello della sostenibilità economica, in quanto soggetta a notevoli economie di scala. Per noi, però, la tecnologia non agisce mai da sola, ma rappresenta un’estensione virtuosa del medico e del terapista, che permette loro di aumentare le proprie capacità percettive, diagnostiche, di monitoraggio e di trattamento, sia in termini di intensità e personalizzazione dei risultati, che in termini di numero di pazienti trattati (in qualche caso, come nella robotica, anche contemporaneamente, senza distogliere l’attenzione e la cura da nessuno).

Abbiamo introdotto, nel nostro processo interno di evoluzione dalla Ricerca alla Clinica, uno step intermedio di innovazione, il cui focus è la trasformazione di tecnologie mature o quasi in soluzioni mature, che includano gli adattamenti e la verifica di sostenibilità, di impatto sull’organizzazione del flusso lavorativo, ed ancora l’accettazione da parte degli operatori, del paziente e dei caregiver familiari, la scalabilità, la standardizzazione, ecc. Tale percorso è stato battezzato “loop dell’innovazione”, in quanto dopo la progressione lineare lungo il cammino di maturità tecnologica della soluzione, che porta alla disponibilità di tecnologie sul mercato, è necessario “tornare indietro” e percorrere nuovi test in base ai criteri citati, per trasformare una tecnologia matura in una soluzione clinica matura, pronta per essere usata in setting reali e messa a disposizione della comunità clinica. Il processo descritto avviene a cura di un apposito team, che lavora come trait d’union tra l’offerta dell’Industria e della Ricerca da una parte, e la componente organizzativo-gestionale dall’altra, in stretta connessione con la direzione medica che costituisce il “cliente interno” e assicura l’aderenza ai bisogni reali. Contemporaneamente, vengono mantenuti contatti continuativi e ruoli propositivi nei presìdi esecutivi di policy making delle tecnologie medicali a livello regionale, nazionale ed europeo, al fine di avere un proficuo scambio e un’adeguata promozione dei programmi di innovazione che nascono in Fondazione Don Gnocchi. Come stiamo sperimentando, un percorso simile è realmente abilitante affinché il Servizio sanitario pubblico – e non solo quello italiano, come stiamo discutendo con la Commissione Europea e altri partner – sia in grado di abbracciare la trasformazione che lo stato di cronicità sta apportando al mondo sanitario e assistenziale.

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